Tù y Yo

Por nuestra presencia,

por los que amamos,

por nuestros padres o hijos,

por nuestro trabajo,

por nuestras pasiones, deseos y valores;

por nuestros suenos y las cosas en las que creemos.

Porque si cada una de nuestras heridas

es una herida de amor,

con amor,

la sanaremos.

( “Siete segundos” por Dr. Oscar Travino)

Fotografia 1948 – Kikì Dimulà

Ho un fiore in mano forse.
Strano.
Nella mia vita deve esserci
stato un giardino un tempo.

Nell’altra mano stringo
una pietra.
Con fiera grazia.
Nessun sospetto
per preavvisi di mutamenti,
sentore di difese piuttosto.
Nella mia vita deve esserci
stata ignoranza un tempo.

Sorrido.
La curva del sorriso,
il cavo del mio umore,
somiglia a un arco ben teso,
pronto.
Nella mia vita deve esserci
stato un bersaglio un tempo.
E predisposizione a vincere.

Lo sguardo affondato
nel peccato originale:
assapora il frutto proibito
dell’attesa.
Nella mia vita deve esserci
stata fede un tempo.

La mia ombra, nient’altro che un gioco del sole.
Addosso un’uniforme d’incertezza.
Non ha ancora fatto in tempo a essermi
compagna o delatrice.
Nella mia vita deve esserci
stata abbondanza un tempo.

Tu non ci sei.
Ma se c’è un precipizio nel paesaggio
se io sto sull’orlo
con un fiore in mano e sorrido,
vuol dire che da un momento all’altro arriverai.
Nella mia vita deve esserci
stata vita un tempo.

Kikí Dimoulà

(Traduzione di Maria Paola Minucci)

da “L’adolescenza dell’oblio”, Crocetti Editore, 2000

21 dicembre 2020 – 21 dicembre 2021

Ho scritto queste parole senza neanche rileggerle. Sono parole che mi battevano troppo forte nella testa perché non le prendessi in considerazione.  Dapprima erano immagini, volti, sorrisi, poi sono diventati  pensieri, ricordi, e purtroppo anche saluti non dati.

I pensieri hanno via via incominciato ad accavallarsi, fino a diventare senso di gratitudine per le loro vite che, seppure brevi, sono comunque state messe sul nostro cammino, divenendo nostri colleghi, amici, fratelli.

Oggi vogliamo omaggiarne il ricordo, le loro storie, la loro appartenenza a questa piccola comunità, grande famiglia, attraverso un piccolo gesto di amore.

Simbolicamente la loro assenza, così ancora straziante nei nostri cuori, piano piano si farà presenza.

Questi alberi cresceranno, si fortificheranno, allungheranno le loro radici fino a diventare solide esistenze, costanti guardiani delle nostre giornate per moltissimi, infiniti anni.

Offriranno riparo agli uccelli d’inverno e ci faranno ombra d’estate.

Abbiamo provato a cercare C., N. e P. tra le stelle perché più a contatto con il cielo, con ciò che non ci appartiene, ma non è stato sufficiente: Carlo, Nicola e Paolo non si sarebbero mai compiaciuti della proprietà di brillare, effimera e fine a se stessa.

Li abbiamo chiamati Angeli, ma le loro vite sono state troppo intrise dei nostri gesti quotidiani, della nostra umanità.

Ecco perché abbiamo deciso di riversare la loro assenza negli alberi: perché cresceranno e continueranno a vivere insieme a noi, ogni giorno, per sempre.

Leggere nuoce gravemente alla salute.

Leggere nuoce gravemente alla salute. Smettere subito.

Leggere provoca l’immersione totale in mondi nuovi, misteriosi, molto spesso bellissimi.

Leggere fa volare con la fantasia, fa diventare ricchi, mostri, geni o ribelli e la cosa più innaturale è che si possa scegliere di tornare ad essere tale, tutte le volte che lo si vuole oppure, se si preferisce, cambiare la trama, il personaggio, riscrivere il finale.

Leggere crea dipendenza: si apre un libro e non si vorrebbe lasciarlo mai, si scopre un autore e si va subito in libreria o in quel luogo sommerso che si chiama “biblioteca”, per cercare di possedere l’intera collezione, tutto quanto abbia, quell’autore, pubblicato sino ad allora e, possibilmente, anche di più.

Leggere crea allontanamento dalla maggioranza delle persone. Il “lettore forte” è colui che legge sempre e non bada ai 40°C sotto l’ombrellone, né all’intorpidimento delle dita in pieno inverno, nell’attesa che arrivi il treno. Il “lettore forte”, è colui che brama di possedere volumi e volumi, i classici, i contemporanei, persino le poesie e testi di drammaturgia ed ampliare, così, la propria libreria che considera sempre sguarnita o, perlomeno, mai “abbastanza”. Il vero lettore è colui che ha la paura di perdersi tante altre vite, altre storie, altri mondi e per questo cerca sì, di assaporare quel che legge, ma al contempo cerca di divorare il testo corrente per acquistarne altri. Il vero lettore ha gravi difficoltà a prestare i propri libri… pensa “prendetevi tutto ciò che volete: vi presto ombrelli, persino maglioni, ma per favore non chiedetemi di prestarvi i miei libri.” I libri del vero lettore sono sottolineati, sono vissuti ma non stropicciati, sono spesso conservati in buste all’interno degli zaini, valigie o borse; e in quelli già letti si trovano moltitudini di cartoline, segnalibri e biglietti del cinema, del teatro o di treni. Sono cose importanti, a cui il vero lettore dà molta attenzione perché gli servono per ricordare e ricontestualizzare il tempo, la circostanza, il periodo della propria vita in cui ha vissuto quella esperienza, leggendo, quell’amore, quel dolore così intenso, quel sogno così grande che valeva la pena arrivare sino all’ultima pagina tutto d’un fiato, per poi baciare quasi la copertina, e rimirarlo tra le mani, quel libro, soppesandone il valore, che è incommensurabile, chiedendosi, (tutte le volte), perché non sia riuscito IO a scrivere questa storia, se poi è esattamente la mia, ripercorre esattamente le mie emozioni, il mio modo di pensare, di parlare (ne avessi la forza), di guardare il mondo – reale – senza però riuscire ad affrontarlo, davvero.

Il vero lettore non dorme molto, piuttosto passa le notti chino sui libri, con fonti di luce improponibili per non svegliare il resto della famiglia, il vero lettore è colui che passa la giornata lavorativa nell’attesa di tornare sul tram, in metro o sul treno, per riprendere a sognare, come fa Bastian con “La storia Infinita” e il favoloso e avventuroso mondo di Atreyu.

Il vero lettore è colui che non partecipa ai chiacchiericci, ai pettegolezzi e, potendo evitare, alla vita sociale in genere. E’ più affascinato dal SUO mondo, o meglio dai SUOI mondi, infiniti, appassionanti, che riescono ad afferrarlo alla gola, anzi no: allo stomaco, rendendogli la vita (sua, quella vera), un turbinio di emozioni e pianti o scene buffe, esilaranti e divertenti, ricca di amici che non lo deluderanno mai, che non lo abbandoneranno mai, né mai lo tradiranno.

I libri sono il suo rifugio, la sua forza, il suo tempo ed i suoi soldi megli spesi, da qui all’eternità.

Ultimo  avvertimento: Non fidatevi mai di ciò che dice un “lettore forte” perché non è mai la sua unica asserzione. Un vero lettore racchiude dentro di sè un bagaglio di esperienze, un background personale, un’esplosione di personaggi, caratteri e modi di essere, che farebbero invidia ad un ultracentenario.

“Il giorno dopo, Zelomi si recò nella grotta dove aveva lasciato il ragazzo. Non lo trovò. In cuor suo, era proprio quello che sperava. Non avrebbero avuto nulla da dirsi se lui fosse stato ancora lì.”

(Cit. “Il vangelo secondo Gesù Cristo” di José Saramago)

Ombra (*)

“Ombra.
Ne basta un poco – un filo, un angolo, un attimo.
Cacciatori d’ombra, mai come quest’estate, a invocarla, braccarla, presidiarla. Tutti seguaci dell’ombra, che dà sollievo e aria (…)

Ma state attenti all’ombra, che non è mai quel che sembra. Per natura è labile, si sposta. Rifà il profilo delle cose a modo suo, deforma e allunga, varia. Ti fa il verso e sfugge, insegue, si confonde. (…)

Non c’è parola più insinuante e doppia di ombra, camaleontica e fugace. D’estate è verbo del corpo, d’inverno è verbo dell’anima. (…)
Finito il caldo, (…) l’ombra ritorna (…) spettro e fantasma, forma dell’assenza. Nel buio l’ombra si alza, si allea con quello che trova, si fa plurale – ombre.

(…) C’è l’ombra che mitiga e accarezza, cara ai poeti (…). E c’è il cono d’ombra di qualcuno, l’ombra del dubbio e del sospetto. Minaccia o dimenticanza. (…)


Parla di vite mancate e di rimpianti, di errori e furti del tempo, accuse e guasti. (…)

Nei primi giorni di autunno, quando tra alberi e case calano lente le ombre della sera, per miracolo o dispetto tutto si mescola e rivive, le ombre delle cose e quelle dell’anima. (…)

Ma è un istante. (…)”

(*) Estratto del testo di Elvira Seminara, pubblicato su “L’Espresso” del 29/08/2021

Salvando le briciole

Chitarrina alle vongole, prezzemolo e peperincino fresco non molto piccante ma ricco di Vit. C.
Calice di vino bianco fresco, squisito, di quelli non troppo fruttati e fermi, ma gustoso al palato; l’ho bevuto solo in parte, a piccoli sorsi.
Davanti a me il mare azzurro, il prato verde, le bianche pietre, il bianco dello chalet, e un paio di occhi grandi che conosco da sempre.
E poi, sul treno di ritorno, un panino del giorno prima, con pomodoro; anche il pomodoro era del giorno prima.
L’ho mangiato tutto, con avidità, non per fame ma per colmare il Vuoto che, a breve, ne sono certa, mi sarebbe venuto a cercare, per poi trasformarsi in Assenza, rivelandosi in Nostalgia, quella sorella maledetta della Speranza.
Sul finire della giornata, quella Nostalgia si trasformerà nuovamente e si chiamerà Solitudine.
Ecco perchè ho mangiato e continuerò a farlo: perchè quel Vuoto non si trasformi troppo presto in Solitudine.

(*) scrittura creativa

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