Le persone cambiano

Si dice che il tempo aiuti, serva a maturare, e certamente a cambiare.

Cambiare prospettiva, cambiare gusti, cambiare idee, così come si cambiano le unghie, i capelli, la pelle.

Tutti cambiano.

Solo io non cambio mai.

Ho le stesse paure di sempre,

Ho gli stessi gusti di sempre,

Persino la voce, credo sia sempre la stessa.

Non cambio genere di vestiti, di scarpe, accessori e pettinatura.

Non cambio alimento in cucina, o meglio: accolgo, sperimento, viaggio, vivo, cresco;

Eppure

Non cambio: torno sempre sui miei passi, al punto dov’ero, esattamente come ero.

Faccio corsi, apprendo

E torno ad essere me stessa.

Sono sempre al centro del mio mondo, piena di fantasie e fragilità,

Sempre le stesse.

Amo il teatro, amo l’arte, amo leggere, scrivere, ascoltare le voci, osservare le persone, gli uomini e le donne, mentre parlano, ridono, aspettano l’autobus perse nei loro pensieri o dietro lo schermo dei cellulari.

E poi piango tanto, e sempre più spesso.

Non sopporto le ingiustizie piango di fronte alle violenze, piango di fronte un quadro, una statua di marmo, piango in Chiesa, piango quando c’è troppa gioia, troppa emozione, troppa grandezza.

Fiocchi di neve

C’è un cielo terso tra i folti rami e le verdi foglie e ci sono grandi nuvole bianche a coprire ampie zone di quel che resta del cielo.

Mi domando come ci possano essere tali nuvole, cosi bianche, e cosi grandi, a macchiare un cielo cosi intenso di azzurro e di bellezza. Eppure, eppure quelle nuvole fanno parte della bellezza, forse è proprio il loro candore a far spiccare di più quel cielo.

Io ti penso e mi manchi.

Non ho più lacrime da sprecare. Ne sono cadute cosi tante in questo lungo tempo ma mai nessuna di esse è stata mai capace di riportarti qui.

Io guardo il cielo cosi azzurro, guardo quelle nuvole, e questi alberi a riempire tutto lo spazio che ci separa.

Scende la neve, all’improvviso.

No, mi dico

Non è neve ma forse petali bianchi, o forse polline ma scendono lentamente, cadenzati dal vento, come fossero fiocchi di neve in un giorno di maggio.

“Ci sono molti modi di essere presenti. Se due alberi si trovano l’uno vicino all’altro, sono presenti l’uno all’altro, ma in un senso del tutto esteriore ed imperfetto. Non sanno nulla l’uno dell’altro, non si preoccupano l’uno dell’altro e, nonostante la loro vicinanza, rimangono estranei l’uno all’altro. La presenza nel vero senso della parola comincia solo nel momento in cui due esseri si conoscono spiritualmente e si mettono l’uno di fronte all’altro consapevolmente. Ciò permette loro di avere interiormente una sorta di immagine l’uno dell’altro, per cui l’altro ha, per così dire, una seconda esistenza in colui con il quale è in rapporto. Anche la solitudine può essere piena della presenza dell’altro” (Balthasar)

“Preservaci quando la fede è messa alla prova. Quando sentiamo la tentazione di disertare, quando proviamo il dubbio, lo scoraggiamento, vieni in nostro aiuto: confermaci nella fede per rimanere fedeli nella prova”

“Dio non ci vuole perfetti: ci vuole così come siamo, ma perfetti nella fede. Come dire: “l’importante è non dimenticarLo, metterLo al primo posto nelle nostre quotidianità, senza dimenticarci di vedere, nel volto “dell’altro”, il volto di Cristo che per amore verso il Padre ha dato se stesso per renderci non più schiavi, ma liberi: Suoi Amici”

“Vi ho chiamati amici”

“Nell’antichità, l’amicizia era stimata al di sopra di ogni cosa. Era considerata qualcosa di raro, di cui poteva godere solo l’uomo virtuoso ed educato, in quanto era vista come il più spirituale di ogni tipo di amore.
A differenza dell’amore erotico, in cui gli amanti si amano ponendosi l’uno di fronte all’altro, gli amici si tengono l’uno di fianco all’altro, mirando alla stessa meta o avendo un interesse comune: il vero, il bene, il bello (C. S. Lewis). Ciò che unisce i veri amici è la verità espressa in una vita virtuosa.”

(LaChiesa, 07.05.2021)

Questa mattina

sono andata in farmacia, come ogni 2 settimane dal 18 giugno 2020 (data del mio intervento…) per fare il pieno e lasciare banconote… (purtroppo pago tutto a prezzo intero e non c’è modo di rispiarmiare qualcosina…). Per fortuna mi reco sempre alla stessa farmacia perchè è l’unica, nelle tre città limitrofe, ad avere sempre tutto ciò che mi serve; la maggioranza del personale è composto da ragazze, belle, cortesi e preparate, e che all’occorrenza mi danno qualche consiglio e qualche volta riescono a convincermi ad acquistare anche qualcos’altro (tipo: “oltre a pensare alla tua salute, ora devi iniziare a curare la tua bellezza” e da lì al propinarmi qualche cremina il passo è breve anche se, considerando la mia mancanza di attenzione all’aspetto estetico e soprattutto il costo già molto eccessivo per le famose medicine, posso considerarmi un osso duro, una cioè che non ci casca tanto facilmente, anzi).

Questa mattina sono stata accolta, oltre dal saluto allegro e dal bel sorriso di Federica, (glielo si leggeva dagli occhi), anche da: “Il solito?”

… la cosa mi ha lasciata per un attimo stupita… neanche fossimo al bar!

“Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.” “Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre” (*)

(* dal Vangelo di S. Giovanni)

Per la prima volta, oggi non voglio rattristarmi al pensiero della mancanza di te. Voglio sforzarmi di rallegrarmi oggi, 4 maggio, perchè so che tu sei amata

Atto III, Scena V

Giulietta: Vuoi tu già lasciarmi? Il giorno è ancora lontano: fu la voce dell’usignolo, non dell’allodola, che ti ferì, e che per tutta la notte canta là su quel melograno. Credimi, amore mio, fu l’usignolo.

Romeo: Era l’allodola annunciatrice del giorno e non l’usignolo; vedi, amica mia, quelle scie di luce che, invidiose della nostra felicità, cominciano a imbiancare l’Oriente? Tutte le luci della notte si sono spente, e sorride il mattino sulla cima dei bruni monti; e lieve librandosi, pare sul punto di slanciarsi sulla terra. Bisogna che io parta per vivere, o che rimanga qui per morire.

Giulietta: No, quel chiarore non è il dì, ne sono certa; è qualche meteora che il sole esala per rischiararti stanotte la via di Mantova. Rimani ancora un poco: non partire così presto.

Romeo: E sia; mi si sorprenda, mi si conduca a morte; sarò lieto di morire, se tu me l’imponi. Dirò con te che quel bianco chiarore non è il mattino, ma solo il pallido raggio che diffonde la luna; dirò che a cantare non è l’allodola i cui concenti si levano a ferire la volta del cielo. Ah! ben più lieto sarò di rimanere che di separarmi da te. Venga pure la morte quando vuole; se tu me lo comandi, mi sarà accetta. Che dici, anima mia? Parliamoci: non è ancora giorno.

Giulietta: Ah! è il giorno purtroppo! Fuggi da questi luoghi. È l’allodola che canta con sì discordi suoni, e riempie l’aria di questi accenti aspri e lamentosi. Oh! C’è chi dice che l’allodola presiede alle dolci separazioni; ma questa che ci divide è separazione ben crudele. Su, strappati dalle mie braccia, Romeo, fuggi: ahimè, spunta il giorno!

Romeo: Sì, la luce cresce … e con essa le tenebre dei nostri cuori.
(Shakespeare, Romeo e Giulietta, 3: 5)

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