Sul treno per Lione

Si è contata le ciglia una ad una, si è accarezzata le labbra passandovi sopra un dito della mano destra, mentre con l’altra mano reggeva il piccolo specchio da borsetta.
Si muoveva facendo vistosi torsioni con il collo, in modo che a turno, prima una guancia e poi l’altra, passasse in rassegna al controllo, con accuratezza e compiacimento, cercando nello specchio il riflesso che andava ben oltre l’apparenza stessa.
Doveva andare oltre l’apparenza, quella ricerca minuziosa, maniacale, ossessiva e febbrile; insopportabile e inverosimile, altrimenti, assistere a quella scena surreale, da film grottesco, finto: passare l’intero viaggio su di un treno regionale da Marsiglia a Lione, soppesando ogni dettaglio del viso allo specchio, se non ci fossero seconde o terze allusioni.
Cosa pensava, estremizzando all’ossessione quel gesto tanto femminile?
Cosa cercava in quel volto?
Forse il riflesso di ciò che ai suoi occhi doveva esserci ancora?
Forse gli occhi della mente, o dell’amore, cercavano miraggi o languori lontani?
La ricerca di un volto che che era, o la rassicurante ricerca (estenuante), finto piacere, della beltà che ancora permane?
Io la guardavo, non potevo sottrarmi a quella scena.
Io la guardavo, non potevo evitare di osservare quella donna.
Io la guardavo, guardavo la scena e guardavo la donna, cercando di non essere spettatore assente. Dovevo cercare anch’io qualcosa in lei, in quel volto, ma non riuscivo a guardarle bene gli occhi, che erano in parte coperti dalle sue stesse mani, e da quello specchietto portato e tenuto sollevato all’altezza del volto.
Non poteva non accadere nulla da quella situazione. O era matta, pensavo, e quindi inizierà presto ad urlare o a fare qualcosa di ancora più strano e chiassoso (come parlare da sola o uscirsene in fragorose risate allo specchio, pensando di essere in conversazione con chissà chi, nella sua mente), oppure è solo una donna che si sta maniacalmente preparando all’incontro con l’uomo che le cambierà la vita ma solo se riuscisse ad ingannarlo completamente, irrimediabilmente, sull’età e sulla sua bellezza.

Io la guardavo, l’ho guardata per tutto il tempo di quel viaggio in treno.

Dapprima con curiosità e in materia furtiva o guardandola più a lungo attraverso il suo riflesso sul finestrino del treno in corsa poi, quando ho realizzato che tanto non se ne sarebbe mai accorta, immersa com’era nel suo riflesso, della mia vigliacca curiosità. Allora ho iniziato a fissarla in maniera sfrontata, selvaggia, senza più remore o inganni illusori.
Lei era lì, continuava a rimanere immersa nel suo mondo, ignara e indisturbata della realtà che la circondava.

Pubblicato da Anna racconta Anna

"Ora che era arrivato il cattivo tempo, potevamo lasciare Parigi per un qualche posto dove questa pioggia sarebbe stata neve che scendeva tra i pini e copriva la strada e i ripidi pendii delle colline e un'altezza dove l'avremmo sentita scricchiolare sotto i piedi tornando a casa la sera." ("Festa mobile" di Hernest Hemingway")

14 pensieri riguardo “Sul treno per Lione

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