Sulla strada

Prima c’ero solo io sulla strada. Cioè, non solo io, eravamo in parecchi, c’erano tutti quelli come me, cioè, che come me erano abituati a stare sulla strada. Si dormiva alla bell’e meglio. Chi riusciva a trovarsi un riparo dentro qualche costruzione, magari scavalcando un recinto, muretto o un piccolo cancello di qualche casa abbandonata, era davvero fortunato. Spesso nessuno ti veniva a cercare in un posto così, però avevi la sicurezza di non dover fare a botte con qualcuno violento che rivendicava la sua tana. A me è sempre accaduto questo: dover fare a botte per mantenere il posto-letto per un paio di notti consecutive. La notte fa freddo anche quando è estate, per chi non ha una casa. Fa freddo e se hai lo stomaco vuoto da tempo, capita che hai ancora più freddo e dormire diventa impossibile senza una bottiglia al tuo fianco che ti faccia compagnia alle viscere.
Io non sono litigioso e non so fare a pugni, non dò calci perchè mi hanno insegnato da bambino che solo gli asini scalciano, però quando sono attaccato spingo, mi innervosisco e spingo, a volte sputo a terra per far vedere che non ho paura e poi cerco di spingere per far cadere l’avversario. Certo, faccio finta, perchè in realtà siamo tutti fragilissimi, di denti non ne abbiamo da tempo, c’è qualcuno che ha ancora i molari, qualche canino attaccato, però gli incisivi, quelli che stanno davanti, sono caduti da tanto e segnano il tempo del nostro vagare.
Dicevo, prima ero solo lungo le strade, cioè c’erano anche altri, tanti altri ma eravamo tutti noi, tutti uguali, come si dice: “tutti di noi”.
Sbandati, “esseri fantasma”, gente che ha abbandonato la famiglia perchè pensava di non averne bisogno, pensava che senza potesse ricominciare daccapo e diventare quello che fino ad allora non era stato: ricco. C’era gente che per fare questo, aveva spacciato la droga vendendola a basso prezzo, dicendo “se costa poco ho più clienti”, e non badava all’età di questi: spacciava persino nelle scuole, come Mario, che nelle scuole faceva il bidello però ci andava solo per incontrare i clienti e allargare il suo giro. Mario faceva il buffone, diceva: “tanto non mi prendono!” e ci prendeva in giro a tutti, diceva che noi eravamo perdenti, senza palle, che avevamo paura degli sbirri, di finire dentro, di perdere tutto ma tanto eravamo già straccioni noi, al contrario di lui che lavorava nelle scuole e a fine mese già solo con quello stipendio, mille euro li riportava a casa ma Mario voleva di più per sè, per sua moglie e anche per sua cognata che aveva perso il marito e aveva Gianni e Rosanna da sfamare, due bimbetti che lo aiutavano a spacciare senza nemmeno saperlo. Poi Mario l’abbiamo ritrovato un giorno sul ponte, non aveva più quel sorriso beffardo, persino i suoi nipoti non lo salutavano più quando lo vedevano, per caso. A Mario l’ha denunciato il comitato delle mamme: signore che si erano accorte dei giri strani che accadevano a scuola, del nervosismo improvviso dei figli, dei soldi mancanti… Si sono incatenate fuori ai cancelli fino a quando non l’hanno davvero messa sotto sequestro la scuola, hanno fatto le riprese di nascosto e sui filmati era evidente che Mario spacciava…
Poi, prima c’erano anche altri, quelli come noi cioè, quelli abituati da tanto a cercare tra i rifiuti, a mangiare gli avanzi, a cercare di scroccare un caffè ai signori che passano in giacca e cravatta nel centro…
C’erano Peppone, che gli manca una gamba; Tonino; La Rosa; Aurelio, e poi l’altro Peppone che però la gamba ce l’ha…
Prima c’ero solo io sulla strada, cioè noi, quelli come me, quelli che da tempo avevano deciso di lasciare tutto, così come c’erano quelli che non avevano scelto niente ma che invece la vita, gli altri, avevano scelto al posto loro. C’era persino Lorenzo che non gli mancava niente: aveva un diploma, una casa, una bella famiglia, fino a quando la banca gli si è presa tutto perchè aveva fatto un investimento sbagliato. Aveva tutto, persino gli amici, aveva il lavoro, poi ne aveva trovato anche un altro, da fare nel fine settimana per cercare di rimettersi a pari col prestito, ha tirato avanti così per un paio di anni; dice Lorenzo che era felice, vedeva sua figlia crescere, era sereno. Certo, il sabato sera non potevano più andare a cena fuori, prima dice che ci andavano tutti i fine settimana. .. andavano al cinema, facevano pure le vacanze all’estero. Lorenzo conosce l’inglese, infatti adesso riesce a farsi dare qualche moneta dai turisti l’estate; cioè adesso no: prima, quando prima arrivavano i turisti a conoscere le nostre città. Lorenzo si è ritrovato in mezzo alla strada senza neanche capire perchè. “Era tutto sotto controllo”, dice, ma secondo me qualcosa è andato storto, povero Lorenzo. Sua moglie aveva trovato un aiuto per sè e la figlia. Sua moglie mantiene ancora il suo lavoro, passa tutti i giorni per portare la figlia a danza ma Lorenzo le guarda da lontano, si nasconde, si vergogna. Lorenzo è un tipo a posto, è solo troppo ingenuo secondo me, cioè: secondo noi, perchè tutti ormai conosciamo Lorenzo e cerchiamo di farlo sentire uno di noi.
Poi ci sono quelli stranieri e ci sono quelli che dormono sotto i cartoni ma con quelli noi altri non ci parliamo perchè puzzano di piscio, e alcuni non parlano proprio. Se ne stanno lì, ad aspettare che qualcuno passi, legga i loro cartelli, (che poi alla fine dicono tutti la stessa cosa), e cerchi di aiutarli facendo cadere quella manciata di spiccioli che rimangono nelle tasche dalle loro colazioni.

Prima c’ero solo io per le strade, senza un tetto, un lavoro, cioè: c’eravamo noi… ora invece col Covid c’è un sacco di gente

Pubblicato da Anna racconta Anna

"Ora che era arrivato il cattivo tempo, potevamo lasciare Parigi per un qualche posto dove questa pioggia sarebbe stata neve che scendeva tra i pini e copriva la strada e i ripidi pendii delle colline e un'altezza dove l'avremmo sentita scricchiolare sotto i piedi tornando a casa la sera." ("Festa mobile" di Hernest Hemingway")

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