Never again

“Never again” She said, “Never again”

Ho sentito uomini fischiettare e accennare canzoni d’amore, lì in fondo al bosco, nascosti dietro i rami e dal sopraggiungere della nebbia.

Sembrava un mondo pacifico, credevo fosse un lembo di terra rimasto neutrale alla violenza e all’odio ma sentii all’improvviso la sua voce calda e impaziente esclamare con fermezza: “Never again” e poi più nulla.

“Mi ricordo della tua schietta fede”

“Dio [infatti] non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza. Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo.”

(Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo)

Ballo lento (Bolero)

Il futuro è incerto e la tua mente è stanca.
Libera nos a malo.
Tieni il tempo e non fermarti,
Ballo lento,
Questo non è un tango.
E’ un passo a due, è una linea tracciata a terra di notte, che si perde nella nebbia.
E’ un ballo tra due toreri che si sfidano per paura di scegliere a chi vada di diritto la dama.
La amano entrambi ma nessuno ha deciso.
Fanno sì che che sia il fato a segnar loro la sorte ma chissà che, in fondo, sia un segno di coraggio tanto spreco di sangue, tanto rosso negli occhi.
E chissà se, in fondo, non sia un segno di viltà: preferire la morte al rapire la dama.
E chissà se, in fondo, non sia tutto sbagliato,
questo vivere a tempo,
di un tempo sprecato.
E chissà se, in fondo, non sia peggio davvero, fingere il coraggio e abbandonare la scena.
Se Coraggio è affrontare la sfida e accettare la sorte o se Coraggio è buttare a terra il mantello e baciare la dama.
Tieni il tempo e non fermarti.
Gira in tondo e alza lo sguardo.
Rosso sul viso, batti bene i tuoi piedi.
I due si lanciano sguardi infuocati, si sfiancano con il solo ritmo delle scarpe.
Punta-tacco a ritmo serrato.
Punta-tacco e non distogliere lo sguardo.
Braccia tese e poi giù verso i fianchi.
Mostra il mantello, raccogli la sfida, girate in tondo a benedire la sorte.
Morte e vita in un prodigioso duello: polvere e sangue da dover chiudere gli occhi,
muscoli tesi e bocche serrate, vita e amore a sfidare la sorte.

Anna (7)

Anna adesso ha 28 anni, capelli neri, corti ma molto lucenti e morbidi, che viene voglia di accarezzarli.

Anna è magrissima, pelle pressoché bianca, e non olivastra, come si potrebbe pensare, visto che vive in Sicilia, spesso all’aria aperta, presso il porto.

Anna veste sempre leggero. Pochi strati di panno addosso, poca carne coperta, ha spesso shorts di jeans, in estate e jeans e felpa con cappuccio in inverno. Anfibi ai piedi sempre, inverno ed estate.

Però non potrò mai dimenticare la visione di Anna, quel giorno ventoso e pieno di sole, in un cui indossava un vestito giallo ed un lungo foulard dello stesso colore al collo.

Il vestito (giallo senape) aveva le maniche corte, stretto in vita (bottoni nella parte frontale del busto), stretta cintura e gonna ampia sulle ginocchia bianche.

L’ho vista che rideva, sorrideva felice a quel vento che le alzava le vesti e il foulard, le scompigliava i capelli e la faceva divertire come una bimba, rideva, sorrideva felice chiudendo gli occhi ai granelli di sabbia portati su dal vento.

In quell’immagine ho capito che Anna è ancora una bambina, rimasta avvolta nei suoi pensieri innocenti, nei desideri spensierati, nelle immagini assolate di un’allegria senza sostanza, proprie di uno spirito leggiadro e senza macchia.

Anna è senza macchia, senza peccato, senza cattiveria.

Anna la tocchi, la combatti, la ami, la offendi, ma non l’avrai mai, nemmeno per un attimo. Anna puoi amarla o odiarla, puoi credere di averla ferita o sottomessa, ripudiata, allontanata, ma la verità è che Anna non ti andrà mai più via dalla testa.

Anna sarà la tua ossessione, Anna ti renderà folle, folle d’amore, di passione, di tormento, ti struggerà il cuore, ti renderà inerme, ti renderà ombra di te stesso, senza averla mai avuta davvero.

Anna disorienta, con quegli occhi, Anna ti graffia il cuore, senza unghie, Anna ti allenta le viti che tengono in piedi le tue membra sane.

Anna vive di te, di te respira, di te si nutre, di te fa polvere.

Anna non la tocchi, contrariamente a quanto detto, contrariamente a quanto credi di poter fare, contrariamente a quanto credi di avere in tuo possesso.

Anna non muore, Anna non vive, Anna combatte, senza versare gocce di sudore, Anna è già fuori di te, Anna non è mai stata dentro di te, Anna non c’è, Anna è un soffio di vento, che col vento si muove; Anna è un sospiro, un gemito, un fremito, un urlo soffocato, Anna è un bambino che gioca da solo; Anna è un velo tra le dita, che percepisci al tatto senza sentirne il peso; Anna è una musica che si propaga nell’aria, Anna è un grido di prima nascita.

Un giorno mi disse che non sapeva leggere. Era già abbastanza grande, com’era possibile che non sapesse leggere?

Non ricordo se le risi in faccia o se dapprima la guardai sgranando gli occhi. La mia paura era che si stesse prendendo gioco di me, e questo non mi piaceva affatto.

Ben presto, però, mi resi conto dalla sua espressione che non era divertita, anzi, era in grandissimo imbarazzo per questa sua mancanza, tanto che non la smetteva di guardarsi le punte delle scarpe, che teneva serrate l’una contro l’altra.

“Com’è possibile?”, a quel punto esclamai, ma non aggiunsi altro: non mi sembrava cortese umiliarla ulteriormente, visto il forte rossore che si faceva sulle sue guance, fino a coprirle tutto il volto.

In nessun’altra occasione, e dico in nessun’altra, vidi mai più niente di simile sul suo volto.

Avrei voluto svegliarmi la notte per spegnere la luce e tirarle su le coperte, per avere cura di lei ma Anna voleva solo scappare. Dalla famiglia, dalla scuola, dalle ore di vita che le si attaccavano addosso e da cui non riusciva a sgusciare via, quella vita che non voleva e che a nessuno aveva mai chiesto.

Anna scappava da se stessa, dal suo male, dalle sue certezze.

Nessuno più l’ha vista da quell’ultima volta. Tutti, in paese, pensano sia fuggita di notte quando c’era quel vento freddo a soffiare sui vetri. Nessuno era in giro, nessuno che avesse una casa, un sonno tranquillo, un tepore nel cuore. Solo Anna, quella matta, poteva farlo. Si racconta, in paese, che tutte le volte che senti freddo alle spalle, è Anna che soffia forte come il vento, e ti viene a cercare.

Anna (6)

Anna è il contrasto tra il bianco e il nero, tra il caldo e il freddo , tra il freddo e il gelo.
Anna è un pugno forte allo stomaco, un grido sopito, un aborto voluto.
Anna è un macigno che ti porti dentro, grosso, ingombrante, un rumore assordante che ti spacca il cervello, i pensieri, gli umori.

Non puoi non amare Anna.
Non puoi non innamorartene perdutamente sin da quando la vedi per la prima volta, già da quando la incontri per strada e ti volti a guardarla, quell’essere gracile, che se non fosse per le vene che pulsano per uscire via da quel corpo, che se non fosse per quei capelli, sempre mossi dal vento, dall’energia che ha dentro, se non fosse per quel corpo, così pronto a scappare, se non fosse per quegli occhi, mai spenti, diresti che è un fantoccio che respira a fatica.

Ma Anna non ti lascia sopravvivere dopo quel primo incontro.
Non sei più lo stesso, nè donna, nè uomo, non sei più lo stesso dopo averl posato lo sguardo.
“Anna”, dice, se le chiedi il nome; “Anna” ti ritrovi a ripetere, mentre la lingua solletica il palato in quel dolce suono che, soì breve, ti inebria la mente.
Come una dolce lolita, come la dolce “lo-lo-ta” ti rende pazzo e stregato ma ti accorgi che di quella ninfetta Nabokovkiana, passatemi il termine, Anna non ha proprio niente.
Anna ti sopporta il meno possibile, Anna ti sfugge, ti scappa, ti morde.
Anna è la natura che si ribella a se stessa, Anna è bollore di geyser e di lapilli lavici incandescenti.

Rossa

Questa mattina mi sono svegliata con la bocca impastata e un gran mel di testa, dentro una Ferrari rossa fiammante.
Ricordo che ieri sera ero tornata in quel casinò dove prima lavoravo. Mi avevano sbattuta fuori perchè strizzavo l’occhio a qualche cliente, che quindi vinceva,
Nessuna sporca situazione, nessun grosso imbroglio: io sono “pulita” non bevo, non fumo e non mi drogo.
Quelli che facevo vincere erano sempre bravi cristi, che ammazzavano le pensioni e le vedovanze al tavolo da gioco.
In cambio non me ne veniva niente, ve l’assicuro, niente; solo una botta di meraviglia quando i loro occhi si incendiavano e si aprivano ai sorrisi a fessura, con le bocche sventrate dal puzzo di tabacco e dalla malinconia.
Perciò ieri sera sono tornata in quel posto, con le bollette in mano ancora da pagare e i muscoli guizzanti: la vita te la riprendi a calci e pugni, così non senti la differenza quando è lei che ti riempie di botte.
E invece il capo mi ha invitata a sedere, a giocarmele ai dadi quelle bollette.
Ora ricordo.
Il tizio col cappello di paglia ha tirato fuori il suo mazzo di chiavi.
“Gioco io per lei!”
Dava per garanzia la sua rossa brillante.

“Oh, i posti dove andrai!”

Quando ti trovi in un periodo buio,
c’è poco da restare allegri. […]
Arriverai in un posto dove le strade non sono segnate.
Alcune finestre sono illuminate. Ma la maggior parte sono oscurate. […]
Osi stare fuori? Osi entrare?
Quanto puoi perdere? Quanto puoi guadagnare?

E se entri, gireresti a sinistra o a destra…
o a destra e tre quarti? O, forse, né quella né questa? […]
Potresti confonderti al punto
da iniziare una volata
a rotta di collo per una strada dirupata
e sfacchinerai per miglia attraverso una strana area disabitata,
dirigendoti, temo, verso una zona desolata.
Quella dell’attesa incondizionata…

… per gente che attende.
Attende che un treno parta
o che un autobus arrivi, o che un aereo parta
o che la posta arrivi, o che la pioggia smetta
o che il telefono squilli, o che la neve cada in fretta […]
C’è solo gente che aspetta.

Aspetta che un pesce abbocchi
o che il vento sollevi gli aquiloni […]
o un filo di lustrini, o un paio di pantaloni
o una parrucca coi ricciolini, o altre occasioni
(Theodor Geisel, “Oh, i posti dove andrai!”)

Il martedi, al mercato, c’era lo spettacolo delle marionette

Per dare voce a una voce
Che non c’è più,
Che nessuno ascolta più
Anche se mi pare che sia rimasta sospesa, in qualche modo,
Aggrappata alla vita
Che è rimasta
Muta
Indifferente
Puntualmente
Vita

Come se nulla fosse accaduto
Come se nulla fosse avvinghiato
Rimasto incastrato
Appeso
Per non essere
Dimenticato

La vita,
Puntualmente,
Torna ad essere vita
E scorre
Come nulla fosse accaduto
Come nulla si fosse incrinato
Nessun graffio
Nessuna rottura
Eppure
Nel mio cuore
Quella voce riecheggia
E cercherò di darle io, voce,
Con il tracciato dei miei ricordi,
Dei suoi ricordi,
Del nostro comune trascorso.
Stessi battiti
Battono all’unisono,
Stessi cuori
E stesse voci
Per dare voce alla tua voce per far sì che non venga mai dimenticata
Una vita pienamente vissuta
E risalita
E ricucita
Per dare meno dolore
Alla tua assenza.
Ciao Nonna

Il martedi al mercato c’era lo spettacolo delle marionette, al termine del quale, dietro mia richiesta, tu mi compravi Pulcinella.
Poi, a casa, non sapevo come giocarci e decidevo di ammucchiarla tra i tanti giochi dismessi, fino a dimenticarmene di averla e richiedertela nuovamente.

‘Ossessione’ (*)

“Splendi sole, splendi,
Così che io possa sempre ammirare la mia ombra”
(cit. Carmelo Bene, “Riccardo III”)

(*) metafora contrapposta: luce/ombra, in cui la luce è rappresentata dal fratello maggiore, Edoardo IV, e l’ombra, invece, è Riccardo

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