Anna (4)

Anna è cresciuta tenendosi dentro tutta la rabbia che quel corpo esile potesse contenere, corpo esile e muscoli tesi, nervi in superficie, pugni chiusi di chi è pronto a far sempre a botte, e mascelle da serrare, ad avvolgere quei denti bianchi come il latte di mammelle vergini ancora da sfiorare.
Anna vide la luce in una fredda notte di novembre.
Che ci sarà stato di bello nello scegliere quel giorno buio per dare la vita ad una creatura, ancora era da capire, ma la luce vera erano quegli occhi, neri e grandi, luminosi, con una fiamma dentro che ardeva più di quanto facessero quei pezzi di legno e paglia lasciata ad asciugare dal tempo della trebbiatura.
La pelle era color del mosto e profumava, persino, di odor di mosto, tanto che via via che quella creatura piangeva, per dare segni della sua venuta al mondo, creava tutt’attorno alla stanza, una scia odorosa di quel prodotto zuccherino.

Anna (3)

Anna è un nome palindromo, può essere letto in entrambi i sensi, da entrambe le direzioni. Anna è un nome magico, pe questo ne sono ossessionata. Non ha un inizio, non ha una fine, non ha un passato né un punto di arresto.
Anna è il divenire, Anna è adesso, ora, qui.
Anna è come il numero otto, il cerchio, il simbolo dell’infinito, non arresta mai la sua energia.
Anna è mia.

Anna (2)

Anna è tutto quello che ho.
Anna è il tempo, la memoria, lo spazio, è il mio spazio.
Ho conosciuto Anna quando era una bambina che giocava a fare l’adulta, al porto.
La vedevo da lontano, sulle sue gambette esili, sotto la luce accecante che solo il sole della Sicilia sa regalare nei lunghi giorni di agosto.
Anna aveva i capelli mossi dal vento, scuri, lasciati abbandonati sulle spalle, quasi fino a sfiorarle.
Anna è il vento.
Anna è quel vento, in quell’immagine che mi rimane.
Anna è quel, vento, in quell’immagine che mi rimane.
Anna è il vento che scompiglia le vesti, che tira giù le tende dalle finestre più alte, Anna è il vento che alza la sabbia e accecagli occhi, perché non bastano le mani a ripararsi.”

“Attesa” di Raymond Carver

Esci dalla statale a sinistra e scendi giù dal colle.
Arrivato in fondo, gira ancora a sinistra.
Continua sempre a sinistra.
La strada arriva a un bivio.
Ancora a sinistra.
C’è un torrente, sulla sinistra.
Prosegui.
Poco prima della fine della strada incroci un’altra strada.
Prendi quella e nessun’altra.
Altrimenti ti rovinerai la vita per sempre.
C’è una casa di tronchi con il tetto di tavole, a sinistra.
Non è quella che cerchi.
E’ quella appresso, subito dopo
una salita.
La casa dove gli alberi sono carichi di frutta.
Dove flox, forsizia e calendula crescono rigogliose.
E’ quella la casa dove, in piedi sulla soglia, c’è una donna con il sole nei capelli.
Quella che è rimasta in attesa fino ad ora.
La donna che ti ama.
L’unica che può dirti:
Come mai ci hai messo tanto?

Raymond Carver

Lettera d’amore

“Non è facile dire il cambiamento che operasti.
Se adesso sono viva, allora ero morta
anche se, come una pietra, non me ne curavo
e me ne stavo dov’ero per abitudine.

Tu non ti limitasti a spingermi un po’ col piede, no-
e lasciare che rivolgessi il mio piccolo occhio nudo
di nuovo verso il cielo, senza speranza, è ovvio,
di comprendere l’azzurro, o le stelle.

Non fu questo. Diciamo che ho dormito: un serpente
mascherato da sasso nero tra i sassi neri
nel bianco iato dell’inverno
come i miei vicini, senza trarre alcun piacere
dai milioni di guance perfettamente cesellate
che si posavano a ogni istante per sciogliere
la mia guancia di basalto. Si mutavano in lacrime,
angeli piangenti su nature spente,
Ma non mi convincevano. Quelle lacrime gelavano.

Ogni testa morta aveva una visiera di ghiaccio.
E io continuavo a dormire come un dito ripiegato.
La prima cosa che vidi fu l’aria, aria trasparente,
e le gocce prigioniere che si levavano in rugiada
limpide come spiriti. Tutt’intorno giacevano molte
pietre stolide e inespressive,
Io guardavo e non capivo.

Con un brillio di scaglie di mica, mi svolsi
per riversarmi fuori come un liquido
tra le zampe d’uccello e gli steli delle piante
Non m’ingannai. Ti riconobbi all’istante.

Albero e pietra scintillavano, senz’ombra.
La mia breve lunghezza diventò lucente come vetro.
Cominciai a germogliare come un rametto di marzo:
un braccio e una gamba, un braccio, una gamba.
Da pietra a nuvola, e così salii in lato.
Ora assomiglio a una specie di dio
e fluttuo per l’aria nella mia veste d’anima
pura come una lastra di ghiaccio. E’ un dono..”

(“Lettera d’amore” di Sylvia Plath)

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