“E continuamente Dio mi dà tutto: l’aria che respiro, la luce che rallegra i miei occhi, il mondo e le sue meraviglie, le persone che mi circondano. Dappertutto l’amore di Dio mi viene incontro e desidera comunicarsi a me.”

Lord Tennyson’s Tears

Tears, Idle Tears Tears, idle tears, I know not what they mean,Tears from the depth of some divine despairRise in the heart, and gather to the eyes,In looking on the happy autumn-fields,And thinking of the days that are no more. Fresh as the first beam glittering on a sail,That brings our friends up from the […]

Lord Tennyson’s Tears

Controra

“Controra”: Termine di origine meridionale dall’etimologia evidente. Talmente evidente che il suo senso si fa oscuro. Ora contraria.
Ma contraria in che senso? Contraria rispetto a che?
Il tempo della controra è quello estivo, quando il sole brucia in cielo, uscire in strada è improponibile e i pochi che lo fanno sono costretti a camminare lungo la sottile linea d’ombra delle case.
E’ il tempo del riposo, quando nelle case le imposte sono socchiuse e le finestre serrate pur di mantenere più a lungo possibile il fresco del mattino. Qualsiasi attività fisica è negata. Qualsiasi lavoro impossibile. Finchè il suono dei cucchiaini che tintinnano nelle tazzine da caffè segna la sua fine, la controra impone silenzio.
Si tratta dunque dell’ora contraria al lavoro?
Saremmo portati a pensarlo.
E in qualche modo non andremmo lontano dal vero.
Tuttavia, la questione è più complessa e a venirci in aiuto è Platone. Nel Fedro, il filosofo definisce quella che noi chiamiamo controra <<ora immota>>. Si tratta del tempo in cui domina Pan, e che infatti è anche detto “ora panica”. Pan è il dio della natura che grida e atterrisce, spingendo appunto al panico chi infrange il divieto di lavoro imposto dalla controra. Ma Platone precisa: si può riposare come schiavi, ossia come chi dorme semplicemente per riprendere le forze quando il lavoro necessario a soddisfare le necessità materiali ricomincia.
E si può riposare come uomini liberi, ossia dedicandosi a se stessi, alla propria crescita spirituale, sottraendosi dunque alla linearità del tempo che ci chiede di guardare sempre al futuro e non vivere il presente.
Ecco che la controra acquista il suo significato più potente. E’ l’ora contraria al tempo cui siamo abituati. L’ora che si sottrae dalla scansione classica che ci impone di produrre e lanciarci nel futuro. L’ora ferma, immobile, immota.
L’estate e la vita mediterranea che conoscono tanto bene l’ora immota di Pan diventano allora maestri di una visione del tempo e della vita che supera le stagioni e i confini spaziali per imporre altre dimensioni temporali.
Controra sempre – potremmo dire – controra ovunque.

(“La parola CONTRORA” di Matteo Nucci, pubblicata su “L’Espresso” dell’11/07/2021)

Ho tenuto questo testo trascritto su una delle prime pagine di un noto giornale Italiano, per più di una decina di giorni. In realtà – dopo averlo letto completamente – ho strappato e conservato la pagina in cui vi era trascritto quanto sopra ho riportato, proprio perchè speravo di ri-pubblicarlo nel mio blog (con le dovute citazioni del caso, ovviamente).

L’ho fatto perchè, leggendolo mi ha commosso, riuscendo a suscitare in me alcuni ricordi dell’infanzia…
Mia Nonna (la mia adorata Nonna, quella delle viole, quella dal profumo della Violetta di Parma, quella dai capelli turchesi e dall’uso smisurato per la lacca – troppi i giri che ne faceva, sulla sua splendida chioma corposa), usava la parola “controra”.
Non la usava spesso, non era nè un intercalare nè una delle sue favorite ma, al momento giusto, la usava, senza dare ulteriori spiegazioni.
(Evidentemente la usava proprio quando, a parer suo, si trattava della “controra”).
La usava in particolare nei confronti di mia madre. Si capiva che era un modo per esprimere la sua disapprovazione ed il fatto che non aggiungesse nulla, neanche una smorfia o u na mimica facciale, avvalorava il peso, aggiungendo gravità alla sua opinione.
Era un monito secondo cui “quella cosa non doveva essere fatta, a quell’ora, in quel preciso istante”, perchè fuori luogo-fuori tempo-fuori dagli usi e costumi della casa in cui eravamo nate e cresciute, fuori dalla buona educazione verso noi bambine che, invece, siamo state tirate sù da lei, personificazione di tempi e metodi regolari – ma mai monotoni – disciplinati, metodici e rituali.

Con gli occhi accesi su di te

Tu sei pericolo dei miei occhi, stupore e meraviglia dei miei sensi.

Tu sei la corteccia dell’albero, protezione e corazza nei giorni più freddi.

Tu sei il muschio, che cresce spontaneamente nelle zone più remote, distanti dall’entroterra urbano e dalle zone costiere; il verde s’accende quando c’è più freschezza, un corso d’acqua dolce nei paraggi, nelle aree più nascoste e meno frequentate.

Tu sei la piccola viola, che cresce all’ombra, nella semioscurità delle ferite del cuore.

Tu sei l’Amore, che non s’arrende, e mai muore.

Teoria della mente (*) – 2

Cap. 2

E alla fine dovetti capitolare, facendo un inchino alla testa un po’ matta e al cuore ballerino (sempre in cerca di un tempo e di un battito da saltare), dovetti cedere alla vita, ripensando di nuovo a quel pallone d’acciaio che mi spuntava nel grembo, duro, solido, deciso a  voler rimanere: dovetti abbandonare ogni speranza che si allontanasse spontaneamente da me, che scomparisse senza fare rumore, e quindi cedetti. Gli lasciai il controllo, il comando – certa che, un giorno, tutto sarebbe cambiato. Ancora una volta, la mia non era stata una scelta ma un abbandono, un’applicazione delle Teoria della mente (*): “lascio che sia, che di me avvenga ciò che le cose, tutte insieme, decidono di fare. Se non penso, non resisto, non mi spezzo. Non mi piego, nemmeno. Resisto, allontanandomi da me. Se io non mi vedo, neanche gli altri vedono me; se io non vedo, neanche gli altri vedono, ciò che mi accade, ciò che sta per accadermi, ciò che potrei stare per diventare. Teoria della mente (*): vedo ciò che voglio vedere, mi nascondo per non vedere” anche se la vita continua e accade, perché “Sempre la vita accade”, sempre.

Ed io sono un ponte.

A venti anni esatti da quel giorno, scopro che Io sono un Ponte.

La mia vita è capitata, continuata, accaduta, non vissuta ma portata avanti meccanicamente, perché la vita scorre, la vita è un fiume, la vita va avanti e non ritorna. Se non porti il passo, la vita scorre e tu rimani indietro.

Io sono un ponte tra la mia vita e quella degli altri.

<<Fermati>> gli dissi <<Fermati, ti prego!>> implorai spiegando  <<ho un cuore ballerino che salta i battiti a tempo per cercare il suo tempo. Non posso correre, non posso rincorrerti, posso solo aspettare. Fedele, ti aspetto, aggrappandomi al tronco dell’albero più grande, al centro del bosco, dove tu, se lo vorrai, potrai tornare a riprendermi. Io devo fermarmi e aggrapparmi alla roccia, al centro del fiume della vita che scorre impetuoso. Io non posso >> gli dissi ancora una volta << non posso rincorrerti, ho il cuore malato>>  indovina chi l’ha ammalato, avrei voluto aggiungere al mio monito, << rimango ferma allo scoglio del mare, dove le onde più alte non lo abbattono né lo smuovono, allontanandolo dal punto accordato.>>

Forse la mia vita non conta, se non nell’ottica di quella che mi sta davanti.

Avere una missione, chi tu sia o abbia voluto essere, non conta: conta se hai portato a compimento la tua missione, oppure no.

Teoria della mente (*):

Sembra che i bambini facciano un’associazione tra il loro “io” e gli occhi, il che suggerisce loro che coprendosi gli occhi o la testa, nessuno possa vederli.

Prime certezze infrante

Passeggio sul bagnasciuga e quasi dopo aver mosso i muscoli poco abituati al movimento, un bambino si interrompe dal giocare col compagno per chiedermi “Sei la mamma di..”

Gli rispondo quasi interrompendolo, dicendo: ” No, mi dispiace”.

Nel mentre, mi sono già pentita: sono stata troppo brusca, l’ho persino interrotto… poverino spero di non averlo deluso…

Ma lui ripete, con lo sguardo concentrato su un punto a me invisibile, capisco che si sta sforzando nel mettere a fuoco la situazione, il nome del suo amico, per esempio: ” Tu se la mamma di…?” Ripete la frase interrompendosi nello stesso punto, quel nome proprio non gli viene, mannaggia. Però mi rendo conto anche che non deve avermi neanche sentito, prima, quando ho bruscamente chiuso la sua domanda, cosi ho modo di recuperare, rispondendo più o meno la stessa cosa ma col tono diverso, leggermente più affabile, quasi debba scusarmi di “non essere la mamma di (… ?…)” e quindi replico “No, mi dispiace”

Ma lui proprio non ci sta (evidentemente devo essere identica a quella lì, “la madre di” oppure identica a lui, al “figlio di”, al suo amico che deve essere un bimbetto come lui.

E quindi non dice niente ma continua a fissarmi, questa volta con le sopracciglia aggrottate e un cenno esplicito di disapprovazione in quegli occhi neri…

Ciò che sta pensando è chiarissimo: è arrabbiato con me. Io (che sono chiaramente “la mamma di”, nelle sue convinzioni) gli sto negando l’evidenza, la certezza e lui non capisce il perchè del mio non volermi rivelare.

Per un attimo rimango perplessa anch’io, mentre mi allontano e con un gesto della mano lo saluto, cercando nuovamente di scusarmi di non essere chi lui crede che sia… lui abbassa la testa e fissa il mare, un pò confuso.

Quando gli ripasso accanto, al ritorno dalla mia pseudo passeggiata, lo riconosco. Lui sembra giocare felice lanciando la sabbia al compagno…. di me questa volta neppure si accorge.

“Menomale”, penso.

Per un attimo mi sono sentita colpevole di aver sgretolato le (poche) certezze di un bambino.

L’indecifrabile lingua dell’esistenza umana

Mi sono sentita cosi sola, in tutti questi lunghi anni. E pensare che la felicità era ad un passo da me. La felicità, l’ho scoperto ora, è sentirmi chiamare con il mio proprio nome. La felicità, come se fossi stata presa per mano da chi ben mi conosce, è stata sentirmi guidare su sentieri già battuti. La felicità, che mi ha strappato le lacrime dagli occhi liberandomi da tormenti e solitudine che mi attanagliavano dacchè diventai adulta, è stata sentirmi riconoscere negli occhi e nelle parole dell’altra, come se di me non si fosse mai scordata, come se mi avesse seguita nel mio vivere, ogni giorno, di questi lunghi, interminabili anni di solitudine e silenzio, di segreti e sotterfugi, di convulsa impotenza, cieco annaspare nel disperato tentativo di sopravvivere, con la bocca sempre ad un pelo fuori dall’acqua, di lacrime e preghiere, di giri tortuosi e pentimenti, di polvere sottile, brillante dall’esterno e luccicante, sotto gli applausi della ribalta di un teatrando vivere, di una vita a rincorrere le ombre cercando la luce, di sommessa desolazione, puzza e amarezza, sotto i lampioni spenti di un inverno che sembrava non finire mai.
Una voce già ascoltata, la felicità, parole a me finalmente non straniere, un linguaggio familiare, a me caro, a me noto, quello che mi riporta agli anni più belli, non felici, ma realmente esistiti, vissuti, non persi.
La mia felicità non è stata, quindi, sentirmi felice (appagata, allegra, completa, giunta alla mèta) ma accolta, riconoaciuta, ricongiunta, tornata lì dove ero partita e non sentirmi straniera, smarrita, lingua incomprensibile e indecifrabile, incapace di creare storie, tracce, legami.

Crea il tuo sito web con WordPress.com
Crea il tuo sito