Prime certezze infrante

Passeggio sul bagnasciuga e quasi dopo aver mosso i muscoli poco abituati al movimento, un bambino si interrompe dal giocare col compagno per chiedermi “Sei la mamma di..”

Gli rispondo quasi interrompendolo, dicendo: ” No, mi dispiace”.

Nel mentre, mi sono già pentita: sono stata troppo brusca, l’ho persino interrotto… poverino spero di non averlo deluso…

Ma lui ripete, con lo sguardo concentrato su un punto a me invisibile, capisco che si sta sforzando nel mettere a fuoco la situazione, il nome del suo amico, per esempio: ” Tu se la mamma di…?” Ripete la frase interrompendosi nello stesso punto, quel nome proprio non gli viene, mannaggia. Però mi rendo conto anche che non deve avermi neanche sentito, prima, quando ho bruscamente chiuso la sua domanda, cosi ho modo di recuperare, rispondendo più o meno la stessa cosa ma col tono diverso, leggermente più affabile, quasi debba scusarmi di “non essere la mamma di (… ?…)” e quindi replico “No, mi dispiace”

Ma lui proprio non ci sta (evidentemente devo essere identica a quella lì, “la madre di” oppure identica a lui, al “figlio di”, al suo amico che deve essere un bimbetto come lui.

E quindi non dice niente ma continua a fissarmi, questa volta con le sopracciglia aggrottate e un cenno esplicito di disapprovazione in quegli occhi neri…

Ciò che sta pensando è chiarissimo: è arrabbiato con me. Io (che sono chiaramente “la mamma di”, nelle sue convinzioni) gli sto negando l’evidenza, la certezza e lui non capisce il perchè del mio non volermi rivelare.

Per un attimo rimango perplessa anch’io, mentre mi allontano e con un gesto della mano lo saluto, cercando nuovamente di scusarmi di non essere chi lui crede che sia… lui abbassa la testa e fissa il mare, un pò confuso.

Quando gli ripasso accanto, al ritorno dalla mia pseudo passeggiata, lo riconosco. Lui sembra giocare felice lanciando la sabbia al compagno…. di me questa volta neppure si accorge.

“Menomale”, penso.

Per un attimo mi sono sentita colpevole di aver sgretolato le (poche) certezze di un bambino.

L’indecifrabile lingua dell’esistenza umana

Mi sono sentita cosi sola, in tutti questi lunghi anni. E pensare che la felicità era ad un passo da me. La felicità, l’ho scoperto ora, è sentirmi chiamare con il mio proprio nome. La felicità, come se fossi stata presa per mano da chi ben mi conosce, è stata sentirmi guidare su sentieri già battuti. La felicità, che mi ha strappato le lacrime dagli occhi liberandomi da tormenti e solitudine che mi attanagliavano dacchè diventai adulta, è stata sentirmi riconoscere negli occhi e nelle parole dell’altra, come se di me non si fosse mai scordata, come se mi avesse seguita nel mio vivere, ogni giorno, di questi lunghi, interminabili anni di solitudine e silenzio, di segreti e sotterfugi, di convulsa impotenza, cieco annaspare nel disperato tentativo di sopravvivere, con la bocca sempre ad un pelo fuori dall’acqua, di lacrime e preghiere, di giri tortuosi e pentimenti, di polvere sottile, brillante dall’esterno e luccicante, sotto gli applausi della ribalta di un teatrando vivere, di una vita a rincorrere le ombre cercando la luce, di sommessa desolazione, puzza e amarezza, sotto i lampioni spenti di un inverno che sembrava non finire mai.
Una voce già ascoltata, la felicità, parole a me finalmente non straniere, un linguaggio familiare, a me caro, a me noto, quello che mi riporta agli anni più belli, non felici, ma realmente esistiti, vissuti, non persi.
La mia felicità non è stata, quindi, sentirmi felice (appagata, allegra, completa, giunta alla mèta) ma accolta, riconoaciuta, ricongiunta, tornata lì dove ero partita e non sentirmi straniera, smarrita, lingua incomprensibile e indecifrabile, incapace di creare storie, tracce, legami.

«Il miele che hai gustato» – Marcello Comitini

Un’altra perla di
Marcello Comitini.

Poesia in rete

Foto di Veronica Brovedani

Il miele che hai gustato,
stava in un albero cavo
un tronco scarno e aspro
e intorno a guardia api feroci.
Accanto a me distesa
lungo la riva d’acque chiare
sogni Ofelia
la volta in cui sei stata amata.
Tacciono alle tue spalle i sibili
che hanno strappato foglie e rami
li hanno gettati al fuoco delle menzogne
e le tue pupille stanche di pianto
e di parole.
Ora i profumi amari della giovinezza
sono svaniti come farfalle al vento.
Resta l’orrore.
Perché mi guardi?
Non sai che la tristezza
scava nel corpo i solchi del dolore?
China nell’acqua il viso
chiudi gli occhi
e senza più parole
vieni a baciare le tue labbra amate.

Marcello Comitini

da “Donne sole”, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

AMAZON – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020
IL MIO LIBRO – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

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Teoria della Mente (*)

Cap. 1

<<E così mi ritrovavo incinta, con quel grosso fardello dentro la pancia. Fuori, dall’esterno, sembrava un pallone gigantesco, uno di quelli riempiti di elio, gonfiati talmente tanto che, alla fine, basta un alito di vento per farli scoppiare. Questo, invece, non scoppiava. Era duro, perfettamente rotondo, in equilibrio con il mondo, ancorato al mio ventre in maniera fissa, più delle lunghe e solidi radici di un albero secolare, ai piedi di un bosco.
E no, non scoppiava né andava via, questa pancia che, invece, tendeva a dilatarsi ancora, oltre ogni limite, appena cercavo di distrarmi. Sì, proprio così: cercavo di non pensarci, di non comprendere l’idea che fossi incinta, cercavo di allontanarne il pensiero, la vista, la responsabilità, ogni conseguenza. Se evitavo gli specchi, i riflessi della mia silhouette nei vetri delle grandi auto e dei centri commerciali, beh, succedeva che a volte dimenticavo di essere incinta.
Ero riuscita a superare (dicendo finalmente addio a) quei primi mesi in cui la testa girava per la troppa debolezza, i conati di vomito, i disturbi e le nausee per gli odori che avvertivo.
Ora potevo finalmente camminare liberamente, con un passo curiosamente deciso, sicuro, lungo le vie del centro cittadino; nessun fastidio esagerato alla curva della schiena, nessuna macchia scura sulla pelle, né una vena fuori posto; niente.
Se non fosse stato per quel pallone che continuava a gonfiarsi, nessuno avrebbe sospettato che fossi incinta, nessuno tantomeno Io.
E già: quel bambino/a, o semplice sconosciuto, non era stato programmato, né desiderato, né voluto, atteso, e nemmeno accettato, niente: ancora niente.
Era lì, che cresceva ed Io cercavo di far finta di niente, appunto: credevo che se non l’avessi preso troppo sul serio, magari avrebbe deciso di sparire in un istante, così come qualche tempo prima aveva deciso di comparire, in un istante, più o meno.
E Io non volevo accettarne l’esistenza, semplicemente. La cosa, pensavo, non mi riguardava, fine della storia.
L’ignoravo, e basta.
Adottavo lo stesso metodo che usano i bambini nel giocare a nascondino: chiudono gli occhi credendo che, se loro non vedono chi li cerca, neanche questi ultimi vedranno loro, di conseguenza. I bambini credono di essersi nascosti bene solo coprendosi gli occhi. È come se coprendosi gli occhi con le mani, un mantello di invisibilità si stendesse tutto intorno a loro. Ci sono foto che attestano questa speranza, utopia, proiettata come una certezza nella mente dei bambini di tutto il mondo, di ogni cultura, nazionalità, sesso o religione.

Bambini che si nascondono per metà, spesso coprono solo la testa lasciando intravedere palesemente non solo i piedi, ma tutto il corpo, da divani, tende, tavoli… Spesso, addirittura, rimangono proprio al centro della stanza con gli occhi chiusi e attendono, fiduciosi, che l’altro non li veda, per il puro spirito della teoria della mente che sottende al “se io non ti vedo, neanche tu mi vedi” e non riuscirebbero mai ad accettare la realtà che, però, è ben diversa dalle proprie convinzioni.
A me è capitato sempre di usare la tecnica al contrario: ho sempre fissato la gente, concentrando il mio sguardo nei loro occhi per richiamarne l’attenzione, certa della teoria che “se Io ti guardo tu non puoi non ricambiarmi lo sguardo, non puoi non vedermi, perché lo sguardo pesa, è esso stesso un peso; un peso che non puoi non sentire.”

E così, mi allenavo ora a rimandare la vista del pancione a quando fossi stata più sicura del da farsi e cioè: mai.
Sapevo che quella cosa sarebbe sparita da sola, prima o poi, ne ero assolutamente certa.
Io non abbassavo lo sguardo e quando non potevo evitarlo (per allacciarmi le scarpe, per esempio), beh, allora mi voltavo da un’altra parte per non dare motivo a quell’essere, a quel coso, a quell’ospite indesiderato di continuare la sua permanenza dentro di me.

Doveva andarsene, sparire, scoppiare.

“Io non ti guardo, faccio finta di non averti mai visto e tu scompari definitivamente.

Fine della storia.>>

Teoria della Mente (*)
Sembra che i bambini fanno un’associazione tra il loro “io” e gli occhi, il che suggerisce loro che coprendo i loro occhi diventano invisibili.

Quante volte…

Quante volte mi capita di immaginarti con talmente tanta intensità, da sentirti vicina, presente, viva, ancora vicino a me!

Quante volte, anche durante il giorno, mi capita di chiudere gli occhi e con la mente parlare con te, confidandoti i miei pensieri, le mie emozioni, i dubbi, le paure, o semplicemente rimango a guardarti in silenzio negli occhi, immagino il tuo sorriso, l’affetto, le tue attenzioni… e allora mi riempio di gioia, di nuova vita e mi viene da parlarti davvero e cosi apro gli occhi e faccio il cenno di alzarmi dalla sedia, dal letto, dal divano, da ovunque io sia per cercarti e raccontarti e, in un istante, rammento che no, tu non ci sei, non posso parlarti, nemmeno cercarti e tenermi quell’idea, quella scintilla di vita chiuse dentro di me, ancora per un pò, ancora per non si sa quanto

Io sono pronta, la mia valigia è leggera: dimmi tu quando, io ti aspetto.

Perchè Bellezza non è perfezione

Questa mattina ho voluto raccogliere le conchiglie più belle che trovavo camminando sul bagnasciuga, esattamente come fanno i bambini. Secondo i miei canoni correnti, le conchiglie più belle sono quelle piatte, in genere scure quasi nere, piatte ma con delle venature sul dorso molto evidenti e poi, ovviamente, quelle con l’interno brillante madreperla.

Ce n’era una grande e piatta, dalla tonalità del rosso-arancio, bella ma rotta. È spezzata.

L’ho raccolta e tenuta in mano mentre pensavo ad una donna molto bella ma con un arto mancante o uno sfregio sul volto.

Non ho avuto dubbi: l’ho scelta e tenuta tra quelle da conservare perchè la Bellezza non è perfezione.

❤❤❤

Déjà vu

Mi svegliai ancora intorpidita dal sonno, un pò accaldata e con un leggero tremito nella testa, come solo quando si è bambini accade, quando si dorme a lungo nei pomeriggi caldi d’estate e ci si alza storditi, per un attimo privi di coscienza. Si rimane seduti sul letto nella stanza semioscurata, c’è silenzio intorno e si fa fatica a distinguere se è mattino presto o tarda sera e, nell’attesa che un suono o un rumore catturi la nostra attenzione, si assapora quel tempo oggi tanto lontano, in cui sembra che il mondo si sia fermato e che null’altro debba mai più capitare che non sia quel silenzio, quella pace di una casa accogliente dal gusto un pò dolce di ciliegie d’estate.

Torna a casa (*)

A 45 anni suonati, ho finalmente deciso di lasciarmi ammaliare dalla musica e ho deciso di iniziare, come fossi una quindicenne, da quel vortice di impetuosità dei Måneskìn….

Cammino per la mia città ed il vento soffia forte
Mi son lasciato tutto indietro e il sole all’orizzonte
Vedo le case, da lontano, hanno chiuso le porte
Ma per fortuna ho la sua mano e le sue guance rosse
Lei mi ha raccolto da per terra coperto di spine
Coi morsi di mille serpenti fermo per le spire
Non ha ascoltato quei bastardi e il loro maledire
Con uno sguardo mi ha convinto a prendere e partire
Che questo è un viaggio che nessuno prima d’ora ha fatto
Alice, le sue meraviglie e il Cappellaio Matto
Cammineremo per ‘sta strada e non sarò mai stanco
Fino a che il tempo porterà sui tuoi capelli il bianco
Che mi è rimasto un foglio in mano e mezza sigaretta
Restiamo un po’ di tempo ancora, tanto non c’è fretta
Che c’ho una frase scritta in testa ma non l’ho mai detta
Perché la vita, senza te, non può essere perfetta

Quindi Marlena torna a casa, che il freddo qua si fa sentire
Quindi Marlena torna a casa, che non voglio più aspettare
Quindi Marlena torna a casa, che il freddo qua si fa sentire
Quindi Marlena torna a casa, che ho paura di sparire

E il cielo piano piano qua diventa trasparente
Il sole illumina le debolezze della gente
Una lacrima salata bagna la mia guancia mentre
Lei con la mano mi accarezza in viso dolcemente
Col sangue sulle mani scalerò tutte le vette
Voglio arrivare dove l’occhio umano si interrompe
Per imparare a perdonare tutte le mie colpe
Perché anche gli angeli, a volte, han paura della morte
Che mi è rimasto un foglio in mano e mezza sigaretta
Corriamo via da chi c’ha troppa sete di vendetta
Da questa Terra ferma perché ormai la sento stretta
Ieri ero quiete perché oggi sarò la tempesta

Quindi Marlena torna a casa, che il freddo qua si fa sentire
Quindi Marlena torna a casa, che non voglio più aspettare
Quindi Marlena torna a casa, che il freddo qua si fa sentire
Quindi Marlena torna a casa, che non voglio più

Prima di te ero solo un pazzo, ora lascia che ti racconti
Avevo una giacca sgualcita e portavo tagli sui polsi
Oggi mi sento benedetto e non trovo niente da aggiungere
Questa città si affaccerà quando ci vedrà giungere
Ero in bilico tra l’essere vittima, essere giudice
Era un brivido che porta la luce dentro le tenebre
E ti libera da queste catene splendenti, lucide
Ed il dubbio o no, se fossero morti oppure rinascite

Quindi Marlena torna a casa, che il freddo qua si fa sentire
Quindi Marlena torna a casa, che non voglio più aspettare
Quindi Marlena torna a casa, che il freddo qua si fa sentire
Quindi Marlena torna a casa, che non voglio più sparire

Ah, ah, ah, ah
Ah, ah, ah, rai, rai, rai, ra-ah

Quindi Marlena torna a casa che il freddo qua si fa sentire
Quindi Marlena torna a casa che ho paura di sparire

(*) “Torna a casa” Måneskin

<<Transito di velature>>, <<Nottetempo>>, <<Banchi di nebbia>>, << Mare calmo>>, << Venti deboli>> …

❤❤❤

… amo le parole, il linguaggio verbale, la voce, tutte le espressioni linguistiche e l’uso più creativo ed artistico che se ne può fare….

Aveva ragione quella bambina paffutella di nome Heidi

Tutto questo tempo mi è servito:
Per curarmi
Per distrarmi
Per vedere cose di cui non mi ero mai curata abbastanza: il cielo, le nuvole, gli alberi, il mare, la terra… e molto meno quello che prima mi riempiva gli occhi, le orecchie, la testa: la tv, film e libri.
Ho ascoltato gli uccelli. Sono bellissimi, simpatici e meraviglioso è udire i loro suoni, che non sempre è melodia o canto, spesso mi hanno comunicato, col loro verso, hanno detto qualcosa che solo io sono riuscita a captare.
Ho sentito anche che gli alberi parlano, aveva ragione Heidi. Anch’io, come lei, oraso che anche gli alberi comunicano e ho sentito la loro voce, i loro suoni, quella mattina alla pineta, quando il vento li faceva scricchiolare. Ho sentito la voce degli alberi… parlavano al Dio Creatore, felici di essere in vita.
Ho imparato cosa c’è di importante nella vita e forse il senso stesso della vita: VIVERE. Vivere, semplicemente! Sapere di essere VIVI, creati per Amore, con l’unico scopo di dare in cambio altrettanto Amore.
Le cose più importanti da non perdere di vista? Il mondo, tutto insieme. Il Creato.
Gli uomini e le donne, gli anziani e i bambini: le loro meraviglie, i loro sorrisi, i loro sguardi, le loro mani, la loro intelligenza, le loro debolezze per diventare teneri e amarli ancora di più.

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